Hitler vuole diventare re di Parigi

In poco più di un mese la Francia è sconfitta. La Linea Maginot è stata aggirata, le truppe inglesi e numerose divisioni francesi costrette a ritirarsi in territorio britannico. Tutto il nord del paese è occupato dai soldati della Wehrmacht. Il 14 giugno 1940 i nazisti sfilano sui Campi Elisi. La settimana successiva il governo fantoccio del maresciallo Pétain dichiara la resa incondizionata. Il Führer esige che l’armistizio venga firmato proprio a Compiègne, esattamente nello stesso vagone ferroviario in cui ventun’anni prima è stata sancita la disfatta della Germania nella Grande Guerra. La vendetta del caporale Hitler è compiuta, ma gli resta da realizzare il sogno di gloria del giovane pittore Adolf: diventare “re” di Parigi. Così, all’alba del 28 giugno, l’Imbianchino si reca nella Ville Lumière per godere di persona delle sue conquiste. Lo accompagnano l’architetto di fiducia, Albert Speer, e l’artista ufficiale del regime, Arno Breker. Nell’arco di qualche ora visita l’Opéra Garnier, la Madleine, gli Invalidi, il Pantheon, il Trocadéro e il Sacro Cuore. È un’occasione ghiotta per far mostra delle proprie conoscenze in fatto d’arte e sciorinare al codazzo dei lacché un ricco campionario di teorie sulla guerra e la bellezza. Alle nove e trenta del mattino l’ispezione si conclude e la comitiva può ripartire alla volta di  Berlino.

Nelle sue Memorie, Speer annota : “Quella sera mi volle di nuovo con sé. Sedeva, solo, davanti al tavolo, e quando entrai mi disse subito, senza preamboli: ‘Prepari un ordine del Führer, che disponga la piena ripresa dei lavori di Berlino. Non era bella Parigi? Ma, Berlino deve diventare molto più bella. Mi sono chiesto spesso se non dovremmo distruggere Parigi - proseguì con calma agghiacciante, come se si trattasse della cosa più naturale di questo mondo - ma, quando Berlino sarà finita, Parigi non sembrerà che un’ombra. Perché distruggerla, allora?’ E mi congedò. Pur essendo abituato alle osservazioni impulsive di Hitler, mi spaventai di quella manifestazione così disinvolta, incosciente, del suo vandalismo. Già davanti alla distruzione di Varsavia aveva reagito in modo del tutto simile. E già allora aveva espresso l’intenzione di impedire che quella città fosse ricostruita, affinché il popolo polacco non riavesse mai più il suo centro politico e culturale. Varsavia, però, era stata distrutta dalla guerra, ora, invece, Hitler sembrava accettare con tutta tranquillità l’idea di distruggere volutamente, dolosamente, e in fondo senza alcun motivo, quella città che egli stesso aveva chiamato ‘la più bella d’Europa’, con tutto il suo contenuto di inestimabili tesori artistici”.

Mentre l’Imbianchino si interroga sull’opportunità di annientare ciò che ama, ma di cui si è impadronito con la forza delle armi e non con il talento del pennello, ed il suo ciambellano è turbato dalla schizofrenia iconoclastica del padrone, Felix e Charlotte attraversano l’inferno. Dal punto di vista delle condizioni di detenzione, il campo di Gurs è quanto le democrazie occidentali siano riuscite a concepire di più simile ai lager nazisti. Sorge ai piedi dei Pirenei su un’ampia porzione di terra brulla, cinta da reticolati di filo spinato e trasformata in un lago di fango dalle piogge che il vento dell’Atlantico porta con frequenza quotidiana. Conta trecentoventicinque baracche con quaranta pagliericci ciascuna per circa quindicimila internati, nella maggior parte rifugiati ebrei. Oltre duemila di loro passano le notti su giacigli di fortuna, ammassati come topi in una tana. Mentre i topi, quelli veri, brulicano ovunque perché i rifiuti vengono smaltiti ogni due settimane. Tre latrine nel settore delle donne e due in quello degli uomini costituiscono l’intera dotazione di servizi igienici. Questo significa che alcune zone del sito sono destinate esclusivamente a raccogliere le feci dei prigionieri, coperte solamente da qualche palata di terra. La febbre tifoide e la dissenteria sono endemici. Nessun dottore è presente in permanenza. All’assistenza medica provvedono due infermieri e due infermiere per ognuno dei due settori. La razione giornaliera di cibo consiste in un chilo di pane ogni nove persone, accompagnato di tanto in tanto da una ciotola di zuppa calda. Spesso c’è penuria di acqua potabile. Durante la giornata, i detenuti hanno l’obbligo di lavorare e, perlopiù, vengono impiegati nella manutenzione delle baracche o nell’ampliamento del campo stesso, ma non di rado sono destinati a compiti puramente vessatori, come spaccare pietre o scavare buche da riempire il giorno seguente. I fucilieri senegalesi incaricati della sorveglianza hanno ordine di sparare su chiunque tenti la fuga. E, anche senza averne ricevuto l’ordine, trattano gli uomini con brutalità. I pestaggi a colpi di manganello o con i calci dei fucili sono consuetudine. Lo stupro delle donne è pratica ricorrente ogni notte. Ai bambini, quelli che non sono stati separati dalle famiglie al momento dell’arresto e vivono nelle baracche con le madri, non riservano alcun trattamento di favore.     

Malgrado la fame, le sofferenze e le continue umiliazioni, Charlotte è molto più preoccupata per lo stato di salute del nonno di quanto non si curi della propria sorte. E questa è la sua salvezza, perché la tenace volontà di proteggere quello che le resta della sua famiglia la tiene in vita. Il vecchio uomo è in pessime condizioni. Ridotto ad un mucchio d’ossa in un sacchetto di pelle livida, ha la febbre, non si alza dal pagliericcio e tossisce in continuazione. Quasi sempre, i colpi di tosse sono accompagnati da un filo di sangue che gli cola dalla bocca. A forza di lacrime e di suppliche, Charlotte riesce finalmente ad intenerire un’infermiera. Le strappa la promessa di sottoporre il suo caso al direttore del campo, il comandante Davergne, un soldato poco incline alla compassione, ma del quale si sa con certezza che non ha alcuna simpatia per i nazisti. Dopo aver verificato di persona lo stato del dottor Grünwald ed essersi intrattenuto a colloquio con la ragazza, il comandante ordina la liberazione di entrambi per motivi sanitari. La Storia lo ricorderà come membro dell’Organisation de Résistance de l’Armée dal 1942 e capitano di una brigata partigiana fino alla fine della guerra.

L’articolo 19 dell’armistizio firmato dal governo di Pétain prevede la segnalazione e la consegna alle autorità del Reich di tutti i cittadini tedeschi detenuti in Francia. Così, il direttore del campo di Saint-Cyprien inserisce il nome di Felix nella lista dei prigionieri da rimpatriare. I treni che li ricondurranno in Germania partono da Bordeaux, mentre Gurs è il campo di transito nel quale devono essere riuniti, prima dello smistamento verso i rispettivi convogli. Proprio a Gurs, Felix ritrova Eugen Spiro, professore dell’Accademia di Berlino e fondatore dell’Union des artistes libres, che due anni prima l’ha invitato ad esporre a Parigi. E c’è anche Georg Meyer di Osnabrück, un amico di famiglia dei Nussbaum. Insieme a loro nasce l’idea di un tentativo di fuga da compiere durante il trasferimento. Meyer è internato solo da pochi giorni e ha ancora una discreta somma in franchi, nascosta sotto la fodera della giacca. Con quei soldi i tre compagni pagano la connivenza di una guardia senegalese e, arrivati alla stazione di Bordeaux, riescono a scomparire senza che venga dato l’allarme. Passano la prima notte di libertà nascosti dentro un vagone merci, in sosta su un binario morto. La mattina successiva decidono di dividersi. Spiro parte a piedi verso sud. Attraverserà il confine spagnolo e scenderà fino a Lisbona, dove riuscirà ad imbarcarsi per New York. Felix e Georg, invece, salgono su un convoglio della Croce Rossa diretto a Bruxelles. Promettendo al capotreno gli ultimi denari rimasti, lo convincono ad affiggere sulla porta chiusa del loro scompartimento un cartello che dice: “Attenzione, tifo! Rischio di contagio”. È uno stratagemma quasi infantile ma, forse per questo motivo, assolutamente efficace. Nessun agente di frontiera nazista osa entrare. Dopo quattordici ore di viaggio, il treno ferma nella stazione di Bruxelles. I due amici si abbracciano, si scambiano un augurio di buona fortuna e svaniscono nelle strade della città, in direzioni diverse. 

Nell’istante esatto in cui esce dal cancello del lager sostenendo il nonno, Charlotte prova un brivido di smarrimento. Gurs dista circa ottocento kilometri da Nizza. Come sarà possibile tornare all’Ermitage senza un soldo in tasca, con un uomo di ottant’anni ammalato e un cammino infinito da percorrere? Per di più, da quando i porci hanno invaso il paese, i trasporti pubblici funzionano a singhiozzo, per non dire che non funzionano del tutto. E, se già non li amavano prima, adesso i Francesi hanno un odio sincero per i Tedeschi. Solo gli antisemiti li apprezzano. A chi potrà mai chiedere aiuto? Per un attimo Charlotte pensa che non ce la farà. Sente le gambe molli, le ginocchia che si piegano. Si volta verso le baracche del campo. Sono grigie come cadaveri. Davanti ad esse alcuni bambini cercano qualcosa, rovistando per terra. Da lontano, sembrano animaletti che razzolano. Poi, guarda il volto del suo vecchio illuminato di colpo da un sorriso e decide di fare il passo più difficile, il primo. “Coraggio, nonno. Oloron è solo a una decina di kilometri. Se riusciamo ad arrivare per sera, da lì in poi è una passeggiata”.  

“Chi è ?” chiede Felka da dietro la porta. Ha paura e si sente dal tono della voce. “Posta” risponde con un sussurro a malapena udibile l’uomo sul pianerottolo. Felka apre uno spiraglio, riluttante, pronta a richiudere subito. Davanti a lei compare Felix. È scheletrico, arruffato, sporco. “Barukh ata Adonai Eloheinu, grazie mio Dio” sono le prime parole che le escono in un soffio, mentre lo guarda e sente gli occhi riempirsi di lacrime. Lo abbraccia, gli copre il volto di baci. Lui la stringe e con delicatezza la spinge dentro, al sicuro, in casa loro. “A casa, amore mio, finalmente sei tornato a casa. Ir gekumen heym, meyn libe!” ripete Felka in yiddish. Cento volte, come per convincersi che è vero. Felix non riesce a dire nulla. È stremato. La prigionia si è presa tutte le sue forze e gli ha caricato sulle spalle un fardello ogni giorno più pesante. Vorrebbe solo liberarsene, lasciarsi andare tra le braccia di sua moglie, dormire per il resto della vita dentro quel momento di felicità.

12 agosto 1940

Ha inizio la Battaglia d’Inghilterra. La Luftwaffe bombarda gli aeroporti inglesi della costa meridionale. I caccia della Royal Air Force resistono con successo ed infliggono perdite ingenti al nemico grazie al valore dei propri piloti e ad un efficace sistema di radar che rileva precocemente gli attacchi. I combattimenti nei cieli si susseguiranno ogni giorno, fino alla fine del mese di ottobre.

21 agosto 1940

A Città del Messico, Leon Trotsky viene assassinato nella sua casa da Ramòn Mercader. Stalin ha ingaggiato personalmente il sicario per eliminare l’avversario politico in esilio.

24 agosto 1940

Durante la notte cadono alcune bombe tedesche su Londra. Il giorno seguente, l’Imbianchino rivolge agli Inglesi un messaggio radio presentando quelle che sembrano essere delle scuse per “un errore operativo”. Quarantotto ore dopo, una squadriglia della RAF bombarda Berlino in pieno giorno, mentre al Reichstag è in corso un negoziato con una delegazione dell’URSS. Anche Churchill si manifesta con un messaggio radio: “Noi non ci scusiamo affatto, il nostro non è stato per nulla un errore”. Stalin, al quale il Führer ha assicurato che la sconfitta dell’Inghilterra è imminente, comincia a dubitare dell’opportunità di consolidare l’alleanza con il Reich.  

7 settembre 1940 

Inizia il bombardamento di Londra che proseguirà per cinquantaquattro notti consecutive. Oltre quarantamila civili verranno uccisi e circa un milione e mezzo di londinesi rimarranno senza casa.

26 settembre 1940

A Portbou, in Catalogna, Walter Benjamin si suicida nella sua camera d’albergo con un’iniezione letale di morfina. Fuggito in Spagna dopo tre mesi d’internamento nel campo francese di Nevers, non ha ricevuto il visto di transito necessario per imbarcarsi verso New York. Il documento verrà emesso dalla prefettura locale solo il giorno successivo alla sua morte.

27 settembre 1940

Germania, Italia e Giappone firmano a Berlino il Patto Tripartito. Le tre nazioni stipulano l’accordo per garantirsi reciprocamente l’egemonia sulle rispettive aree di influenza. L’Europa spetta alla Germania, il Mediterraneo all’Italia e l’Asia al Giappone.

12 ottobre 1940

La strada è stata lunga, impervia, oltremodo faticosa. Hanno camminato sotto il sole e atteso nei fienili che smettesse di piovere, trovato alloggi di fortuna, incontrato qualche raro samaritano e tanta gente ostile. Hanno viaggiato in una camionetta che trasportava legname, in un carro pieno di pomodori tirato da un cavallo bolso, in una corriera stipata di bambini. Hanno dormito poco, sempre con un occhio aperto. Sofferto il freddo la notte e l’afa durante il giorno. Mangiato male, solo saltuariamente. Ma, ci sono riusciti. Dopo due settimane di peregrinazioni, Charlotte e il nonno sono tornati all’Ermitage.                                                                                                                                   Al dottor Grünwald, come in un miracolo, sono bastati pochi giorni per ritrovare la salute. E, con essa, l’umore nero ed irascibile, la violenza delle parole, l’astio contro tutto e tutti, soprattutto contro sua nipote. Al contrario, Charlotte si è lasciata vincere da un’infinita stanchezza. Già dai primi giorni di settembre, passa le giornate nella sua camera, tra il letto e la poltrona. Spesso scoppia in lacrime, si esprime a monosillabi, dorme, o finge di dormire, la maggior parte del tempo. Il dottor Moridis le ha prescritto una cura ricostituente a base di vitamine, pur sapendo che non la guarirà. La signora Moore, invece, le procura una risma di carta della migliore qualità, dei pennelli di cinghiale e una grossa scatola di gouaches. Depone il regalo sul tavolo e dopo una tenera carezza sulla guancia le dice: “È gran tempo che tu ricominci a dipingere, my sweet Charlotte”.

15 ottobre 1940

Esce nelle sale cinematografiche americane il film di Charlie Chaplin “Il grande dittatore”. In Europa, la pellicola verrà distribuita l’anno successivo, solamente nel Regno Unito.

28 ottobre 1940

Mussolini tenta di invadere la Grecia lanciando l’offensiva dalle basi italiane in Albania. L’operazione si salda con un netto insuccesso delle truppe fasciste che vengono respinte fin dentro il territorio albanese. 

31 ottobre 1940

L’Imbianchino è molto irritato. L’Inghilterra resiste stoicamente agli attacchi dal cielo, rispondendo colpo su colpo con la propria aviazione. Cessano i bombardamenti su Londra ed il piano d’invasione dell’isola deve essere rinviato sine die.

Primi giorni di novembre 1940

Per Felix e Felka la vita a Bruxelles è diventata molto difficile. Sono clandestini, non possono rispettare l’obbligo di registrazione presso l’anagrafe. Il passaporto tedesco di Felix è andato perso durante la fuga da Gurs ed entrambi i loro permessi di residenza sono scaduti, senza che sia più possibile rinnovarli. Sotto il comando di Franz Straub, la Gestapo dà la caccia agli Ebrei con metodo ed accanimento. I Nussbaum non hanno altra scelta che restare chiusi in casa e contare sull’aiuto dei dirimpettai per i rifornimenti, pregando il Cielo che l’alito fetido della delazione non venga a soffiare sul loro collo. Le giornate sono interminabili, tutte uguali. Felix disegna le scene di prigionia impresse nella sua memoria. Felka dipinge i tetti che vede dalla finestra della cucina.

22 novembre 1940

Membri della Resistenza polacca fanno pervenire al loro governo in esilio a Londra informazioni dettagliate sul campo di Auschwitz. Da questo momento in poi, l’esistenza e l’attività dei campi di sterminio non è più un segreto per gli Alleati.

25 novembre 1940

Ungheria, Romania e Slovacchia aderiscono al Patto Tripartito.

18 dicembre 1940

L’accordo di non aggressione tra Germania e URSS ha cominciato a scricchiolare rumorosamente. Stalin vede l’accordo dei paesi dell’est europeo con l’Asse Tripartito come una pericolosa minaccia contro i propri confini. Hitler non ha mai rinunciato all’idea, espressa in Mein Kampf, di estendere “lo spazio vitale” del Reich verso oriente. Al tempo stesso, l’annessione sovietica della Lituania e, soprattutto, della regione romena della Bessarabia rappresentano un solido ostacolo ai suoi piani. Così, l’Imbianchino dà ordine a Himmler di elaborare un progetto di invasione dell’Unione Sovietica che prende il nome di Operazione Barbarossa. 

28 dicembre 1940

Con la disfatta dei soldati italiani, il tentativo di “spezzare le reni alla Grecia” si sta rivelando come una tragica fanfaronata di Mussolini. Il duce richiede l’intervento della Wehrmacht in suo soccorso.   

31 dicembre 1940

L’anno finisce, ma nessuno ha qualcosa da festeggiare. L’Europa cammina sui cadaveri. In poco più di dodici mesi, la guerra ha portato morte e rovina in ogni dove. La paura, la rabbia, l’angoscia ed  il dolore sono diventati il lotto quotidiano di milioni di persone. L’anno nuovo non si annuncia di certo migliore.

Charlotte non sa nemmeno che giorno sia e, quando la signora Moore con dolcezza le offre una coppa di champagne per brindare, la guarda incredula. Brindare a cosa? Al fatto che da quasi due anni Alfred è scomparso nel nulla? Oppure che, per quanto ne sa, suo padre e Paula potrebbero trovarsi nelle mani della Gestapo? O, ancora,  brindare al suicidio di sua madre e di sua nonna? Magari, alla demenza senile di suo nonno? Al fatto che lei avrebbe voglia di sprofondare sottoterra e non ricomparire mai più? Ma, le manca la forza anche solo per dire “No, grazie”. Alza il calice con un gesto automatico e d’un filo di voce mormora : “Auguri”.

Felix e Felka sono stati invitati a cena dal padrone di casa, il signor Jacque, che abita al terzo piano del palazzo. “Restare nell’appartamento è diventato troppo pericoloso - dice loro -  l’indirizzo è nei registri della polizia e i nazisti potrebbero venire ad arrestarvi in ogni momento. Molto meglio se vi nascondete nella nostra chambre de bonne nel sottotetto. Lasciate pure tutte le vostre cose in casa e tenete le chiavi. Così potete prendere quello che vi serve, quando vi serve. L’affitto lo pagherete ogni volta che vi sarà possibile”. La sua preoccupazione è fondata e la proposta generosa. Felix non può far altro che accettarla. Dall’indomani l’avvenire avrà un orizzonte di otto metri quadri. Leva il bicchiere e brinda : “Grazie di cuore, buon anno, Shanah Tova”.

Gennaio 1941

Durante il primo mese del nuovo anno, gli scontri si concentrano nel Mediterraneo. Il fronte greco-albanese, il canale tra la Sicilia e Malta, l’Africa del nord sono teatro di battaglie nel cielo, per mare e per terra, che oppongono le truppe inglesi e australiane agli eserciti di Mussolini e Hitler. Le squadriglie della Luftwaffe di base in Sicilia colpiscono il porto e gli aeroporti di Malta con bombardamenti continui, mentre le divisioni corazzate britanniche, dopo aver sconfitto gli Italiani in Cirenaica, prendono il porto di Tobruk sulla costa libica. 

Primi giorni di febbraio 1941

Felix porta a termine “La sinagoga del campo” (foto). È una tela di piccole dimensioni, dipinta a olio. Sul cielo plumbeo di una giornata di pioggia si staglia una baracca dal tetto sconnesso. Davanti ad essa quattro uomini sono riuniti in preghiera, il capo coperto dal tallit, il velo rituale per la celebrazione del mattino. Separato dal gruppo, ce n’è un quinto, anch’egli intento a recitare le orazioni, però in solitudine e rivolto verso una direzione diversa. Forse, è proprio Felix che si è sempre tenuto lontano dalla pratica ortodossa, ma che la persecuzione ha riavvicinato alla tradizione ebraica. In primo piano si vedono sparsi al suolo un osso, un barattolo di latta scoperchiato, un vecchio scarpone sfondato e vari frammenti di filo spinato. Tra le nuvole vola uno stormo di corvi.

                                                                                                                 ……continua

 

 

24-02-2020 | 18:11