Nijinsky, il ballerino di Dio

Pietro Iannibelli

Un secolo fa, in un albergo svizzero, davanti a duecento spettatori, il ballerino più idolatrato del mondo occidentale, invece di mettersi a danzare, fece cenno alla pianista di attendere, sedette sul palcoscenico e, con aria distante, scrutò lungamente il pubblico allibito. Una ventina di minuti più tardi si mosse, prese due strisce di velluto, formò con esse una croce sull’assito e disse: «Ora ballerò la guerra». Poi danzò con movimenti selvaggi e improvvisati, nervosamente, violentemente.

Quel giorno, il 19 gennaio 1919, l’ultima volta in cui Nijinsky, il Dio della danza, danzò, rappresentò uno spartiacque nella sua biografia, poiché esplose la follia che lo avrebbe impietosamente tormentato per tutta la vita. Se i precedenti trent’anni erano stati segnati dal movimento e dall’espressione, i successivi, morirà nel 1950, saranno contraddistinti dalla stasi e dalla muta introversione.

Vaslav Nijinsky era nato nel 1889 a Kiev, da genitori polacchi, ballerini entrambi. Nel corso della sua infanzia seguì gli spostamenti della famiglia, frequentò, a partire dal 1900, la Scuola imperiale di ballo di San Pietroburgo, quindi, nel 1907, entrò a far parte del Balletto imperiale, dove ebbe modo di conoscere l’uomo che cambiò la sua vita, Sergei Diaghilev. Costui, un impresario teatrale che curava l’organizzazione di spettacoli e mostre d’arte all’estero, il creatore dei celebri Balletti russi, lo ingaggiò nella sua compagnia e, nel 1909, lo portò con sé a Parigi. Tra i due nacque una tortuosa relazione sentimentale: Nijinsky – che in realtà mal tollerava Diaghilev e che accondiscese alle sue attenzioni non senza un certo utilitarismo – era fragile, manipolabile, socialmente inetto, mentre questi era potente, autoritario, grossolano, e aveva quasi il doppio dei suoi anni. Di nascosto da Diaghilev, il grande ballerino non disdegnava di fare frequenti visite alle incantevoli cocottes parigine.

L’esperienza di Nijinsky nei Balletti russi si protrasse sino al 1913. In questo lasso di tempo, attraverso le varie tournée che si susseguirono in Europa e in America, il pubblico occidentale poté ammirare l’ineguagliabile grazia del giovane ballerino, il quale, grazie al suo talento sbalorditivo, arrivò a toccare vette di venerazione eccezionali, sino ad assurgere a divinità della danza, a mito vivente. Non era un uomo speciale: superava di poco il metro e sessanta, aveva una fisionomia vagamente tartara, un busto esile e delle gambe incredibilmente possenti, ma, stando alle testimonianze dell’epoca, chi assisteva alle sue esibizioni vedeva la soave leggerezza insita negli esseri avere miracolosamente la meglio sulla gravità e l’essere umano riscattarsi dalla greve pesantezza che lo incatenava alla terra. Grazie ad una particolare conformazione della caviglia, spiccava salti altissimi, infiniti. Volando sulla scena, il suo essere fluiva con inappuntabile eleganza nel fluviale susseguirsi delle note e sprigionava forza, energia, vita. Ma dei suoi contemporanei non ci restano che le parole, e non servono a molto: un tale a cui venne chiesto di parlare delle esibizioni di Nijinsky rispose che era vano farlo, come per un vecchio marinaio descrivere, a un bambino, il mare.

Nel 1913, quando i rapporti con Diaghilev si incrinarono, sposò inaspettatamente un’aristocratica ungherese, Romola de Pulszky. È sorprendente la cieca devozione (dopo, negli anni della follia, anche calcolata) che questa donna riservò a un essere così controverso e involuto: dal momento in cui lo vide per la prima volta (a Budapest, nel 1912), lo seguì dappertutto e cercò in ogni modo di entrare in contatto con lui: ci riuscì in una traversata atlantica verso il sud America al termine della quale, a Buenos Aires, i due celebrarono le nozze. Gli rimase vicino fino alla morte.

Questo evento indusse Diaghilev, risentitosi, a espellere Nijinsky dai Balletti russi.

Dopo tournée fallimentari (durante una di queste, a Montevideo, Rubinstein, rendendosi conto delle condizioni psichiche di Nijinsky, pianse), uno spiacevole soggiorno in Ungheria nel bel mezzo della Grande Guerra, dove in quanto russo visse agli arresti domiciliari, nel 1917 si ritirò con la famiglia (nel 1914 era la figlia Kyra) a Saint Moritz, nella neutrale Svizzera, terra di cliniche e sanatori. Lì, il 19 gennaio del 1919, lo stesso giorno in cui la sua schizofrenia conflagrò, iniziò a scrivere il suo diario. Lo redasse fino al 4 marzo, affidando febbrilmente i suoi pensieri alle pagine di tre quaderni.

I diari di Nijinsky sono un’opera letteraria del tutto eccezionale, costituiscono un ininterrotto, affascinante, estremo flusso di coscienza di ardua e poco gradevole lettura. In esso si possono cogliere de visu le operazioni di una mente offuscata che ha perso il contatto con la realtà e annaspa disorientata tra le cose e le idee. Frasi brevissime, assenza pressoché totale di connettivi logici, ripetizioni infinite, frequenti digressioni dovute a fortuite associazioni di significato o di forma, continue contraddizioni, vaneggiamenti, deliri di persecuzione, affermazioni insensate... Una verbigerazione non esente dalla poesia e dall’oscenità nella quale Nijinsky, con candore, si proclama innumerevoli volte Dio, sostiene di essere Zola, Apis, un indù, un uccello di mare, amore per gli uomini, l’occhio nel cervello, afferma di voler costruire un ponte tra l’Europa e l’America, dice di aver progettato una nuova penna stilografica che chiamerà Dio e che lo renderà ricco, si professa vegetariano perché l’ingestione della carne genera lussuria, dichiara di aver parlato con un albero, condanna gli aeroplani poiché sterminano gli uccelli… si potrebbe continuare a lungo nell’elencazione delle bizzarre asserzioni che Nijinsky registra nei suoi diari. È più utile, per amore della verità e per il rispetto che si deve al dolore del suo autore, cercare di cogliere nelle pagine di quest’opera disturbante ciò che essa custodisce di profondo ed universale.

Nei diari, Nijinsky afferma che il titolo che avrebbe voluto dare ad essi è Sentimento. Questo sostantivo e il verbo sentire ricorrono numerosissime volte nell’opera e vengono usati con un significato ben preciso. Influenzato dalla lettura del tardo Tolstoj, Nijinsky contrappone il sentimento al pensiero e all’intelligenza (e parallelamente la ragione al cervello), suggerendo come l’essenza della realtà non vada compresa attraverso l’intelletto, ma sentita per mezzo di una partecipazione simpatetica ad essa. Annota, ad esempio: «Io capisco la natura perché la sento», oppure: «Sono una scimmia se non sento, ma se sento sono Dio», oppure: «Il cervello è stupidità, mentre la ragione è Dio», oppure: «Non ero pazzo, perché sentivo», oppure: «[…] nella mia stanza di Saint Moritz ho capito tutta la verità, perché sentivo molto», oppure: «Io sento prima di vedere». Quel che Nijinsky vuole dirci, lo ribadisce da millenni la Filosofia Perenne: ciò a cui si può giungere attraverso l’esercizio del pensiero analitico e discorsivo è misera cosa rispetto all’elevatezza delle ineffabili verità che si spalancano alla mente di chi, resosi semplice come un bambino, si fa ricettivo nei confronti dei significati ultimi che il cosmo irradia. La strada che porta a questa forma di conoscenza più alta non è quella dell’intelletto, ma quella dell’intuizione spirituale.

I diari ci parlano soprattutto di questo. La continua identificazione di Nijinsky con Dio, parola spesso usata come sinonimo di pienezza univoca, non diversificata, indivisa, il suo parlare con gli alberi, il suo predicare l’amore universale, inducono a pensare che egli, riportato a una sorta di infantilismo originario dalla malattia, avesse sentito le inconcepibili verità davanti alle quali si ritraggono le parole e avesse confusamente fatto, oltre il velo dell’apparenza, la meravigliosa esperienza dell’immanenza del Principio in tutte le cose, dell’illusorietà del molteplice, dell’Uno, dell’identità essenziale degli esseri. La parola essere, d’altronde, non è che l’infinito della copula.

 

 

27-08-2019 | 08:58