I disastri della modernità

Il miracolo della Natura, il disastro della Cultura. Da una parte la Genesi, terra e cielo, e poi piante, mari, fiori, animali, noi; dall’altra Auschwitz, Hiroshima, l’11 settembre, le guerre, sempre noi, e poi la tecnica che prende il sopravvento sul senso del mondo, l’inquinamento tout court, il sopruso sugli animali, sugli uomini ultimi, un mondo sfigurato.

C’è tutto il dramma della modernità nella mostra “Il Terzo Giorno” (Parma, Palazzo del Governatore, fino al primo luglio) curata con grande intelligenza da Didi Bozzini. Due piani: uno dello stupore, l’altro dell’orrore; il primo svela tutta l’opulenta bellezza che ci regala la natura, il secondo tutta la miseria che lo sviluppo incontrollato – senza progresso, scriverebbe Pasolini – porta al nostro povero pianeta. Il senso delle cose e la sua immediata sottrazione. L’inizio è quello della Genesi, terra e cielo che prendono forma dalla mano incredibile di Serse: la Creazione è su quelle tavole, disegnata in grafite, l’infinita bellezza di questi cieli trascende ogni cosa (nella foto). Nella stessa sala un lunghissimo mare – “sia il firmamento in mezzo alle acque” – di Jan Fabre, diciannove metri di biro blu su seta, che se non fossimo dotati di senso del pudore definiremmo emozionante. E poi il firmamento di Gilberto Zorio, le sue stelle puntute che sono già nei libri di Storia dell’arte, come i paesaggi bucolici di Salvo, le classificazioni di Alighiero Boetti, l’igloo di Mario Merz – “un igloo è quello che è: un igloo” diceva l’artista, ma può essere molto di più, un tetto che è cielo, una preghiera laica, un ricordo di quella mano primitiva che a Lascaux dava vita alla prima opera d’arte nella storia dell’uomo. Sono tanti e di grande qualità gli artisti che Bozzini ha messo in fila: da Sandra Vásquez de la Horra con i suoi disegni “significanti” – “il significato è un sasso in bocca al significante” sentenziava Lacan – a Nobuyoshi Araki, che no, qui non propone le sue personalissime origine du mond ma fiori, petali, altre forme di origine.

Quando si sale al piano superiore il cielo comincia a ottenebrarsi: sopra c’è la mano dell’uomo – non più quella di Dio – che sembra aver dimenticato che il rendere la terra abitabile era il suo fine, non il contrario. E allora compare il canto disperato di un gallo, già con sembianze di scheletro, di Koen Vanmechelen; un avvoltoio che domina su ciò che resta del mondo – un cestino dei rifiuti – di John Isaacs, che ritrae anche un Jumbo 747 con le valige legate sulla carlinga – arriverà a tanto la migrazione biblica in atto?; poi c’è American bag, un sacco dell’immondizia in bronzo, di Gavin Turk; un’umanità disperante e dipinta, quella di Jonas Burgert, e una volatile e altrettanto disperata quella fotografata daRoger Ballen. Didi Bozzini pensa ai “disastri della guerra” e mette una torre di Babele di Jake e Dinos Chapman, o il Crepuscolo di Simone Racheli – in questo grande olio la fine sembra a un passo – ma poi il suo sguardo sembra volgersi ai “capricci”, ed ecco Jane Alxander con i suoi animali antropomorfi. C’è anche Marina Abramovic, nel suo celebre Balkan Baroque, intenta a pulire ciò che resta di poveri animali.

Una mostra che con oltre quaranta artisti ambisce a raccontare le contraddizioni del nostro tempo, un lavoro più umanista che ecologista – tutto inizia da un “io”, l’uomo appunto – che non dà risposte ma suscita domande. E le due grandi sfere al di fuori di Palazzo del Governatore – una d’oro che libra in cielo, l’altra a terra fatta solo di foglie – ad opera di Anna Ippolito e Marzio Zorio, sembrano indicare il bivio che ha di fronte l’uomo moderno, due postulazioni simultanee: una verso Dio, l’altra verso Satana. Nella prima c’è la spiritualità, il desiderio di salire; nella seconda l’animalità, quella “gioia di scendere” – come la chiamava Baudelaire – che se non teniamo a bada, presto farà di noi, uomini e donne, solo uno sbiadito ricordo. 

 

 

25-05-2018 | 17:14