Uno, nessuno, centomila Limonov

La vita di Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov è una sequela di apparenti contraddizioni. Tanti personaggi in un solo uomo. Come quegli eroi romanzeschi che tutto possono e quindi persino reinventare, moltiplicare se stessi all'infinito. Senza preoccupazioni reali, senza impedimenti concreti. Del resto, sulla carta mica si deve pagare il prezzo del cambiamento e dell'incoerenza; sulla carta vige il principio dell'immaginazione, della possibilità. Ma nell'esistenza vera l'andare a zigzag si sconta eccome. E Limonov – come chiarisce Emmanuel Carrère nel romanzo che racconta la sua storia – non è un personaggio di finzione. Esiste per davvero. 

Giovane delinquente in Ucraina; idolo dell'underground sovietico sotto Brežnev; clochard, poi maggiordomo di un miliardario a Manhattan; scrittore alla moda a Parigi; guerrigliero durante le guerre nei Balcani; infine leader carismatico di un partito di estrema destra nella Russia post-comunista. Tante vite ad altrettante latitudini: Charkiv, Mosca, New York, Parigi, Vukovar, Sarajevo, l'Altaj e ancora Mosca. Tutto questo è Eduard Limonov. Un soprannome forse un poco ridicolo affibbiato per caso a uno spirito che del ridicolo non sa proprio che farsene; un soprannome che contiene già tutto: acido come il limone (limon in russo) e bellicoso, quindi vitalistico e mortifero allo stesso tempo, come la limonka, cioè la “granata”.

Non è certamente un tipo simpatico, Eduard. È un provocatore, un violento, un estremista. Ma anche un poeta, un amante fedele, uno che si farebbe uccidere piuttosto che tradire i compagni del Fronte Nazionale Bolscevico. Uno sciupafemmine che in un parco di New York si picchia con un ragazzo nero (un “jeune Noir”, dice Carrère) e rotolandosi con lui nella sabbia finisce col farci l'amore. Lui, proprio lui che si è sempre vantato della propria virilità. Un giovanotto che gira armato di coltello a serramanico e partecipa ai concorsi di poesia e che decide di abbandonare le brutte frequentazioni per non marcire in galera; lo stesso che molto tempo dopo si mette al fianco dei criminali di guerra Radovan Karadžić e Ratko Mladić in quel mattatoio a cielo aperto che è stato l'ex-Jugoslavia dei primi anni novanta.

Limonov è il compendio in carne ed ossa di una serie di esasperati luoghi comuni. Questa sua tendenza all'eccesso, questa riluttanza fobica per la medianità, derivano certo dal suo sentirsi un predestinato. Non è della stessa risma degli amici dell'infanzia in Ucraina, dei barboni newyorkesi, degli ottusi miliardari americani, dei nostalgici emigranti russi, dei radical chic parigini. Lui sa di poter essere tutto, di essere capace di ogni azione. Qualcuno parlerebbe di superomismo. Probabilmente lui ribatterebbe: limonovismo. 

Non capita spesso di incontrare uomini (o donne) di questo genere. D'altra parte, la teoria comune dello stare al mondo prevede altri capisaldi: la coerenza, la regolarità, la linearità. Forse perché l'abitudine a comprendere gli altri attraverso le scelte di vita, le posizioni ideologiche è per certi versi un dovere sociale al quale bisogna adempiere; la chiarezza dei vissuti, pur essendo un elemento rudimentale della comprensione, esaurisce le curiosità, tranquillizza le vicinanze. Più semplicemente: alla straordinarietà bisogna essere pronti, non è cosa regalata; al contrario, richiede un certo sforzo, una specie di pacificazione con l'altra parte dell'esistenza, quella ordinaria. Ci si trova più a proprio agio con chi vive una vita sola; perché ci rassomiglia di più, perché è coerente in sé e in noi. Perciò Eduard è il prototipo del diverso, del cialtrone.

In una tale confusione biografica, di fronte ad una tale mutevolezza, è difficile orientarsi e recuperare il filo rosso, quello che permette di ritrovarsi simili. E si fa affidamento alla contraddittorietà come categoria di valutazione, come parafulmine di ogni incertezza sulle cose. Ma così Eduard Veniaminovich Savenko non è altro che l'ennesima personificazione dell'incongruenza. Nient'altro. Così non viene certo il dubbio che sia l'instabilità delle cose del mondo il nodo da sciogliere, che l'apparente incoerenza sia soltanto un’ incomprensibile coerenza dell'assurdo. Così il desiderio di fare ordine, di capire, diventa un maldestro tentativo di nascondere il naturale disordine di idee, fatti, persone. E quindi pure quel poco di Limonov che siamo. Che da un angolino continua a ripetere inascoltato la sua tesi: la verità non è né una linea retta né un circolo: la verità è uno zigzag.    

 

 

31-05-2014 | 00:46