Kurt e l'arte di passare inosservati

Dall’humus espressionista tipicamente mitteleuropeo, prefigurante Dada e le avanguardie, ai grattacieli nuovayorkesi, passando per la dura crisi economica tra le due guerre, la vita dell’editore Kurt Wolff (1887 – 1963) incarnò l’arte di passare inosservati, lasciando però segni indelebili nella storia della letteratura. Tant’è che se ne occupa un suo omologo contemporaneo, Roberto Calasso, ne L’impronta dell’editore (Adelphi, 2013), restituendo a quel nome poco noto tutti i meriti del caso. Ripensando alle traversie di uno dei più coraggiosi curatori del ‘900, sorge spontanea una comparazione con l’attualità letteraria, impietoso raffronto con gli algoritmi di vendita, le fasce e i target, quindi i premi e le kermesse libresche, tutte pose ripetitive e stancamente cerimoniose, con l’atarassico buon senso delle vie mediane da perseguire per fare quadrare i conti. “La stragrande maggioranza dice, pensa, sostiene…” è per l’appunto vezzo dialettico omologante, speculativa simulazione da arraffoni, riferimento obbligatorio per l’imbonitore culturale e giogo mediocre, quando non ricattatorio, per l’apprendista scrittore. Vuoi pubblicare? Clicca qui, versamento sul conto tal dei tali, seguiranno tristi presentazioni tra amici e parenti. La carta costa, la pianta piange se tagliata e tu sei un signor nessuno, mica Baricco, per dire. Da una parte il raro genio, dall’altra la diffusa presunzione di reputarsi tale, nel mezzo l’onestà mestierante d’inchiostrare il bianco. Foglia sasso forbice e tacito mimetismo, come se aleggiasse una paura fottuta di distinguersi, di rischiare.

Riacciuffando il nostro protagonista, anche con la scusa delle memorie pubblicate per la prima volta in italiano da Giometti & Antonello - Macerata, come colmare il divario che ce lo fa immaginare così lontano, elegantemente demodé quanto, all’oggi, modello utopico improponibile? Probabilmente affermando che nulla è cambiato nella sostanza, se non l’ovvietà del contesto. Difatti Wolff non avrebbe meritato gli onori dell’impavidità intellettuale, se all’epoca sua i criteri di selezione e pubblicazione fossero stati affatto diversi dagli attuali. Quanti, ora classici, furono snobbati dalle grandi case editrici? Innumerevoli. La letteratura leggera - disimpegnata, rosa, sentimentale, melò – ebbe grande sviluppo tra otto e novecento, pur arricchita da bellissime illustrazioni, altro non era che strumento didattico o d’intrattenimento. Popolarità preconizzante il futuro ruolo della tv, coi gusti dello spettatore da blandire e, in qualche raro caso, da inventare. C’è sempre quella domanda vagante, che resta sospesa: un prodotto di comunicazione di successo, piace perché asseconda gli umori della gente, o forse ne forma preventivamente il gusto? Si tratta di libera adesione o di subliminale manipolazione? Avido assecondamento o plasmante creatività? Nel caso di Kurt Wolff fu qualcosa di simile alla seconda opzione, rafforzata da quell’idea esclusivista e cocciuta di proporre originalità, piuttosto della comoda serialità.

All’editore tedesco importava assai poco del mercato, reputando l’assillante affarismo al più faccenda da ortolani, tant’è che, al contrario, la sua missione culturale assunse connotati pionieristici, consegnando alla leggenda e ai rari tentativi d’emulazione, le affinità elettive con Franz Kafka, Karl Kraus, Robert Walser Gottfried Benn e molti altri. Tuttavia non si trattò di filantropia, il ventiseienne Kurt Wolff non era così benestante da potersi permettere il lusso di mantenere per capriccio una corte di giocolieri della parola, soprattutto non per proprio vanto o masochistico discapito. Quello che accadde fu l’incontro, momento meraviglioso, tra sodali, tra pari. Forse anche tra dispari. Uno se ne accorge, quando ciò accade. C’è difatti un patto segreto di pensieri che si disvela, embrionale e comunque già scritto negli astri, antecedente la volontà e incurante del caso, che lega determinati individui; quel riconoscersi al volo, quel cercarsi e volersi, financo sopportarsi. Sodalizio seguente il quale si potrà utilizzare la parola Libertà, senza che questa serva a fare da paralume a egoistiche piccinerie o a misere pretese. Libertà, piuttosto, di saltare il fosso della cronaca minuta, alla maniera dei fanciulli.

Pensi a Kafka e ti viene subito in mente un classico da scaffale, eppure fu l’antitesi incarnata dell’esserci, del presenziare, dell’ostentare virtù o ambizioni. Tanto altrove da auspicare il rogo per la sua stessa opera. Chi se lo sarebbe portato in casa, uno così guasto? Wolff per l’appunto, in perfetta concomitanza d’intenti, con l’altro che gli scriveva: “Le mostrerò sempre maggior gratitudine per la restituzione dei miei manoscritti che non per la loro pubblicazione”. Ve l’immaginate la scena, traslata al giorno d’oggi? Quella dello scriba che snobba la messa in stampa? Nemmeno come capriccio divistico, ma nel caso di herr K. era autentico malessere, auto-sabotaggio, tormento, apostasia, tutta la grande arte moderna – così occultata in finzioni e siparietti – anticipata e già messa su pagina, spietatamente; quella fatica, il non farcela a star bene al mondo, non come pretesto autoindulgente, ma come inequivocabile segno del tempo. Qualcosa di condiviso, ma indicibile. Ora, gran parte degli autori contemporanei non vede l’ora di mostrarsi a proprio agio nel salotto del mondo, essi, pontificali s’industriano in vaneggiamenti sociali e giochi di ruolo. Non sono altro che dattilografi al confronto del praghese, sommelier per astemi più che vignaiuoli per ebbri. D’altronde, come dimenticare il rimando a Tommaso Landolfi, che Carmelo Bene pronunciò al Costanzo Show? "non si può fare pittura con la pittura, letteratura con la letteratura, non si può fare musica con la musica, io dico: non si può vivere con la vita”. Così, non si può fare editoria con l’editoria, occorre fare altro. Difatti, occorreva essere Kurt Wolff per trovare l’altra K. 

 

 

26-10-2017 | 00:07