Di Will e del suo mulino

Pietro Iannibelli

Realizzare il sogno della propria vita significa trasformare i desideri più profondi in realtà, rendere cioè effettiva, attraverso i comportamenti e gli atti, quella visione di sé nel futuro che intimamente chiedeva compimento. Purtroppo però, come un fatto non corrisponde mai del tutto all’idea che se ne aveva prima che si verificasse, così il sogno realizzato non è mai del tutto conforme al sogno pensato. Non può esserlo del resto, poiché i pensieri appartengono alla psiche e non ancora al mondo, dove ogni cosa è segnata dall’imperfezione. Il poeta argentino Roberto Juarroz si serve di un’iperbole molto chiara per descrivere tale incongruità: «Cercare una cosa / è sempre incontrane un’altra / […] Si arriva sempre / però da un’altra parte». Prima di tentare dunque l’impresa di perseguire il proprio sogno, dovrebbe essere presa in considerazione l’eventualità, se non la certezza, che dalla montagna derivi soltanto un topo e che a “realizzarsi” non sia altro che una nuova forma di infelicità. Sussistono tuttavia ulteriori ragioni utili a preservare dalla delusione e a dissuadere chi volesse impegnarsi ad attuare le proprie più interiori ambizioni, alcune le segnala Robert Louis Stevenson in un suo breve testo. 

Nel racconto intitolato Will del mulino, Stevenson narra la vicenda di un uomo (Will) che rimase per tutta la vita, volontariamente, nel luogo in cui era cresciuto, un mulino isolato tra le montagne, sebbene nel corso della sua fanciullezza avesse quotidianamente sognato di allontanarsene. Questo suo grande sogno si originò il giorno in cui, quando era ancora bambino, chiese al padre dove andasse il fiume che scorreva accanto al mulino, e questi, portatolo sulla sommità di un colle, gli mostrò la valle nella sua spalancata vastità, i campi, i boschi, l’immensa pianura attraversata dal fiume lucente e costellata di sconosciute città che si estendeva fino a dove lo sguardo poteva arrivare. Davanti a quello spettacolo per lui inconcepibile, il piccolo Will fu sopraffatto dalla meraviglia: «si coprì il volto con le mani e scoppiò in un violento accesso di pianto». Da quel giorno sognò ossessivamente di andare nella pianura, che sentiva essere il suo luogo d’elezione, la sua vera patria. Con il tempo il mugnaio trasformò il mulino in locanda e stazione di posta, dato che nei suoi pressi correva una stradina montana percorsa da viandanti e viaggiatori. Will, incaricato di servirli, ne approfittava per porre loro continue domande sulla vita di città e arricchire di dettagli la sua idea fissa. Ma una volta capitò nella locanda un giovane incline alle speculazioni astratte, al quale Will (allora sedicenne) sentì di poter aprire il cuore e raccontare il sogno di volere un giorno partire per la pianura.

Il giovane dapprima cercò di spiegargli che non era come credeva, che nelle città non si viveva affatto la vita che lui immaginava vi si vivesse e che anzi, se avessero potuto, molti ne sarebbero fuggiti. Poi lo invitò ad osservare le stelle: gli parlò della loro infinita moltitudine, della loro atemporalità e dell’assoluta impassibilità con cui assistono a ciò che avviene sulla terra. In modo allusivo, gli disse che qualsiasi azione l’uomo intraprenda, qualsiasi impresa compia, non potrà mai attenuare la propria piccolezza, la limitatezza della sua condizione e la futilità di ogni suo proponimento. Paragonando la vita sulla terra a uno stato di cattività, gli disse che era un’occupazione ridicola quella di abbandonarsi ai voli dell’immaginazione e adoperarsi per metterli in pratica: «Avete mai visto uno scoiattolo che gira dentro la gabbietta? E un altro scoiattolo che se ne sta filosoficamente seduto sopra le proprie noci? Non occorre che vi chieda chi dei due fa di più la figura dello sciocco». Tali argomenti trascendenti si rivelarono evidentemente convincenti, poiché, quando i genitori morirono e poté disporre della vita a proprio piacimento, contrariamente a quello che si aspettava chiunque lo conoscesse, Will non partì per la pianura e, disattendendo il sogno che cullava nella mente dall’infanzia, rimase al mulino.

Un’ulteriore prova della raggiunta saggezza in materia di realtà e sogni Will la diede in occasione del suo innamoramento. Presso la locanda presero alloggio per qualche settimana un pastore con sua figlia, Marjory, dato che la canonica nella quale vivevano necessitava di lavori. La frequentazione quotidiana favorì la nascita di un amore reciproco tra Will e Marjory, i quali, con il consenso del pastore, decisero di sposarsi. Un giorno, tornando a casa da una passeggiata, vedendo la futura sposa raccogliere fiori in giardino, Will le chiese perché, se amava così tanto i fiori come diceva, lo facesse: «Desidero averli per me», rispose lei. Al che Will, rivelandole il pensiero cruciale della sua vita, le disse: «Voi desiderate possederli, in modo da non pensarci più oltre. È un po’ come uccidere l’oca dalle uova d’oro. È un po’ come quel che desideravo fare quand’ero ragazzo. Poiché m’incapricciavo a guardare verso la pianura, desideravo di scendere laggiù… dove non avrei più potuto guardare oltre. Non era un bel ragionamento? Ah, mio Dio, se soltanto ci pensassero, tutti farebbero come me; e voi lascereste i vostri fiori da soli, proprio come me ne sto io quassù sui monti!». Coerentemente, dopo aver riflettuto a lungo sul senso profondo delle sue parole, il mattino seguente Will comunicò a Marjory che in fondo non era necessario sposarsi per coronare il loro sogno d’amore e che i sentimenti che provavano avrebbero potuto mantenersi vivi ed essere vissuti anche se lei avesse continuato a vivere con suo padre nella canonica. Il pomeriggio stesso Marjory lasciò il mulino e abbandonò Will. Non comprese la volontà di scongiurare il disamore venturo implicita nella sua strana proposta: quel che si ottiene infatti, non lo si può più desiderare.

Nel racconto – che è un ritratto del buonsenso radicale, non un elogio della passività o della pavidità – vengono dunque indicati due argomenti contro la realizzazione dei sogni che dovrebbero generare profonde riflessioni in chi si accinga ad avverare i propri. Il primo consiste nell’idea che la condizione umana, considerata nella sua oggettività, non sia ontologicamente migliorabile, qualunque cosa si faccia. Il secondo consiste invece nel fatto che, una volta che si è trasformato il sogno della vita in realtà, non lo si può più sognare e non si può più beneficiare della sua vera ricchezza, la speranza in una possibile felicità. Non resta neppure questa infatti a chi ha realizzato il proprio sogno e lo ha trovato vuoto, ma soltanto una spenta, sterile ed eterna amarezza.

 

 

21-11-2020 | 22:13