Un'altra principessa triste?

A guardarla vien voglia di separarsi dal coniuge. A intravederla perfetta – e perduta nello sguardo di un mondo che solo lei sa – prende subito un senso di imbarazzo perché toglie ogni fantasia capace di lodare il colore solitamente pastellato dell’abito che indossa.

La fisicità asciutta e allenata da ex nuotatrice, principesca bionda accanto a quell'adagio senza brio di Alberto di Monaco. Facile immaginare le redattrici delle principali testate femminili, sempre pronte a macchiare d'inchiostro il buon senso delle novità da raccontare, trattare la descrizione di un suo abito indossato all'inaugurazione del giardino dedicato a Grace Kelly allo stesso modo con cui annunciano al popolo delle lettrici il fatto che sia incinta di due gemelli. Ogni articolo su Charlene Wittstock è vergognosamente impersonale. Le consulenti di immagine perdono il master in couture della cattiveria e le redattrici, con generosità insolita, regalano l'esclusiva del pezzo alla collega a cui solitamente hackererebbero il pc.

Charlene di Monaco ha l'immenso potere di togliere a ogni donna la verve pettegola di parlare di lei, nel bene e nel male. Solitamente una principessa in attesa di due gemelli spacca il mondo delle copertine patinate in odi et amo. Su di lei, invecie, si parla con indifferenza imbarazzata, quasi accusatoria del fatto che “proprio non stimola”. Gli uomini potrebbero usarla come silenziatore femminile. Non è seguita, non è amata, non incuriosisce, emblema di una teologia negativa, se non la conosciamo possiamo dire solo ciò che non è: felice. Azzardiamo che felice, Charlene, non lo è di sicuro. Abbiamo ritenuto per un attimo potesse diventarlo quando, a pochi giorni dalle nozze, l'hanno racciuffata all'aeroporto di Nizza mentre tentava la fuga, forse per un presunto tradimento di Alberto? o forse perché allo stoccafisso (il marito) Charlene preferiva il manzo, ossia Byron Kelleher, rugbista degli All Blacks? Che sarà mai, viene il desiderio ogni tanto di evadere dalle solite portate.

Per un attimo il collettivo rosa ha avuto un fremito: vai Charlene, scappa, ama, vivi, sciogliti lo chignon, spogliati dell'abitino lucido pastellato, indossala maglietta con su scritto "meglio femmina che monaca a Monaco" e raggiungi Byron che non sarà un lord ma manzo sì. Invece no, si sposa con Alberto, piange tutto il tempo della cerimonia e rilascia un'intervista al Times Weekend Magazine in cui denuncia le illazioni e il gossip come speculazioni e bugie: lei è in realtà molto felice. Se non avesse parlato così debolmente sarebbe stata più credibile. Perché il punto che sconcerta è questo, ossia che lei non faccia proprio nulla per dimostrare il contrario di quanto si pensi: non si sforza affatto di apparire felice. Il feminino social catodico ne decreta la fine, sarà ostracizzata e condannata alla damnatio memoriae fashionisticae per sempre. Cioè se ne parlerà, ma con totale indifferenza, che tradotto dal vocabolario donna-italiano è peggio della damnatio memoriae a cui Augusto condannò la figlia Giulia per il motivo opposto: cioè tu Charlene sarai vista ma sarai indifferente alle molte.

Che Charlene abbia scelto, e non subìto, non passa nella testa di nessuno, perché lei ha reagito, eccome. A differenza di Lady Diana e della migliore tradizione delle principesse tristi che indossano sorrisi pubblici, ma in privato si rivestono d'inferno, lei questa tristezza ce la fa vedere, ovunque e comunque. È il suo outfit. Pure in gravidanza, quando sei condannata ad essere forzatamente felice.

Charlene ha il carattere della tristezza, pretende il diritto di essere infelice e rendere visibile e tangibile la sua infelicità. Quante di noi ne avrebbero la forza o il coraggio? Nella dittatura dell'immagine dalla felicità ad ogni costo, in un'epoca che poi tanto felice non è, lei imbarazza perché costringe le donne a riflettere sulla propria di infelicità: quella che ogni donna fa fatica ad accettare mentre pretende che un'altra faccia di tutto per esserlo. Ecco perché parlano poco di Charlene, e male. Charlene deve essere felice perché io non riesco ad esserlo, Charlene deve lasciare Alberto perché io "il mio Marco (nome fittizio) proprio non riesco a lasciarlo", Charlene deve essere felice perché ha tutto e io ho meno di lei.

Charlene deve lasciare Alberto perché non lo ama. L'Areopago del femminile plurale comune è lapidario e poi fortemente fuorviante dal dire donna, diciamolo. Dire donna non significa coniugare un solo tempo in un solo modo, dire donna significa aprirsi a tanti tempi e modi. Forse le donne hanno dimenticato che dietro alle declinazioni di una scelta si nasconde un mondo plurifattoriale di bisogni non grammaticalmente condannabili. Magari Charlene se non è felice sul letto a baldacchino forse non sarebbe stata felice manco sulla branda del rugbista,  perché certe donne sono infelici a prescindere. Non è un uomo che rende felici, non è Alberto che la rende infelice, è lei che potrebbe essere non risolta o semplicemente ha scelto l'infelicità minore: ha scelto ciò che la protegge, o la rassicura, ha scelto ciò che la difende dalla paura di amare. Il condizionale non è casuale.

E quindi? Charlene è l'occasione per mettere a tacere noi,  per non parlare di noi, delle nostre non scelte nascoste dall'ossessivo parlare di ciò di cui si dovrebbe. Tante sovracostruzioni, poca sostanza. La vita di Charlene, la sua apparenza e il suo ordine estetico perfetto in pastello, come se cercasse un colore che la calmi, è realmente troppo ordinato e lineare. Ammette chiaramente la sua fragilità disegnandosi perfetta. Non lo avrebbe fatto forse se non avesse avuto la paura 'fottuta' di sposarsi. Il suo ordine è un'ammissione di fragilità, di debolezza, rotte e tradite dallo sguardo, triste, che è come una cerniera che la spoglia. 

Uno dei tanti sensi della donna dovrebbe essere quello dell'occasione, lo fu Lucia per l'innominato del Manzoni. Charlene non è la causa di un fastidio, è l'occasione attraverso cui capire che il fastidio, più verosimilmente, ce l’abbiamo dentro di noi, o magari in una casa, in un letto. O più semplicemente in una vita da cui non riusciamo ad andarcene.

 

 

18-10-2014 | 01:38