La tua mente è la tua casa

Immaginate una casa composta da cantina, piano terra, primo piano e solaio. Una casa con tanto di mobili, libri, tavoli, persone che la abitano, cianfrusaglie, tappeti, quadri, insomma una casa borghese classica. E poi immaginate che le sue finestre, invece di essere affacciate sul giardino o sulla strada, siano affacciate sui ricordi, sulle paure, sulle ambizioni, sull’immanenza delle cose così come sulla trascendenza delle stesse, sulla parte inconscia del nostro essere e, contemporaneamente, su quella razionale. Una casa metafisica, una casa della mente. Questo è “The House Project” (ed. Oodee) l’ultimo libro di Roger Ballen, uno dei più importanti artisti della fotografia a livello mondiale, realizzato a quattro mani con Didi Bozzini, critico d’arte di lungo corso e professore di filosofia.

Un libro in cui le foto di Ballen sembrano guidate dalle parole filosofiche e poetiche di Bozzini, in una sorta di forma epistolare indirizzata a un tu – che poi è un io – che attraversa le stanze immaginarie di questa casa in cui convivono mondo e coscienza, materiale e concettuale, vista e visione. Uno sguardo volto a quel dark side of the moon che è, appunto, l’altra metà della nostra vita, quell’ombra in cui “accadono le cose interessanti, davvero” come scriveva Céline, e della quale non conosciamo bene i confini.

All’inizio del libro la dichiarazione degli intenti e svelata, senza reticenza: immaginazione simbolica e immaginario materiale, Carl Gustav Jung e Gaston Bachelard, abbracciano tutto questo viaggio nella casa tra la realtà e il suo risvolto immateriale.

“La tua vita. Spendi tutta la vita a tentare di capirla. Vorresti sapere come viverla. Ti chiedi spesso quanto potrà durare” sono le parole che aprono la prima stanza, quella cantina in cui alligna tutto ciò che è stato, prima di noi, magari dei nonni, in una dimensione prenatale, dunque inconscia, ma velata di polvere, quella polvere che “è l’ombra dell’eternità che ogni esistenza finita proietta dentro di sé”.

Le foto che rincorrono tutto il testo sono di quella cifra stilistica che ha reso Roger Ballen uno dei più influenti fotografi artisti del pianeta, astratte ma non astratte – che cos’è l’immagine fotografica se non un rendiconto non degli occhi ma del “tutto” di chi scatta? – da risultare, dunque, semplicemente Balleniane, nome che si fa aggettivo, cose che capita solo ai grandi che, per definizione, sfuggono a ogni classificazione, sia questa Art Brut sia questa Surrealismo. Roger Ballen è inconfondibile, unico, sia nel fotografare i sobborghi rurali di una grande città sia nell’astrarsi per tentare di creare immagini per “l’Africa interiore”, come chiamavano la nostra scatola nera i poeti romantici.

Al piano terra della casa c’è il mondo, la realtà, le persone, la vita, come dicevamo, immanente; al primo piano ci sono i libri, l’intelletto, la ragione e l’astrazione, forse il luogo dell’ambizione a salire – fossero anche solo scale che portano al solaio, la “casa degli angeli” – a divenire qualcosa di più evoluto, davvero di più alto. In fondo i quattro piani del libro sono anche metafora circolare della nostra vita, da cenere torneremo cenere, senza un vero inizio, senza una vera fine – nascita e morte sono avvolte dal mistero, i loro contorni non sono definiti. “They lived and laught and loved and left” da Finnegans Wake di James Joyce, l’ultimo romanzo-non-romanzo del gigante irlandese, senza sintassi, senza senso, in cui la fine si aggancia all’inizio in quella circolarità che dicevamo. Ci si perde e ci si ritrova, forse, tra queste immagini e in questo testo, e comunque si ha sempre la sensazione di essere vicini alla dimensione della veglia di Finnegan.

Le foto di Roger Ballen, in questo caso più che in altri, sono astrazione di qualcosa, forse di bellezza, tanto enigmatiche quanto dure: sembrano talvolta atroci, ma ambiscono a quel mondo delle idee che è solo bellezza. Che poi – riecco la circolarità – tornano atroci. E allora gatti, topi, bamboline usurate dal tempo, muri scrostati, volti riconoscibili e volti irriconoscibili, uccelli, piume, bambini, adulti tornati bambini, emarginati, preghiere, mobili segnati, vasche da bagno, papere e pesci morti, le immagini di Ballen sembrano una preghiera laica, un pugno nello stomaco, l’inconscio che si fa immagine, gli spettri che diventano familiari. Con la casa che rappresenta una bellezza che fu, una bellezza perduta. 

Perché, come scriveva Rilke nelle sue elegie, “il bello non è che il tremendo al suo inizio”. 

 

 

17-11-2015 | 16:29