La bellezza non è cosa per asini

Nelle commediole di una certa epoca, quelle in bianco e nero tendenzialmente, ricorre la macchietta della serva distratta. Entra in scena mostrando subito la sua principale caratteristica, la sciattezza, e in pochi minuti farà cadere per terra un pezzo di vasellame o di cristalleria per cui la signora la rimbrotterà: “Stai più attenta, sciocca!”.

Questa macchietta nasceva da una realtà, cioè quella delle ragazze campagnole del dopoguerra che per sistemarsi andavano in città a fare le cameriere per le famiglie dell’alta borghesia. Erano ragazze un po’ ingenue, incolte e abituate a razzolare fra terrecotte di poco valore e grezzi attrezzi contadini.

Difficile che in quelle commediole la signora di turno spiegasse alla servetta distratta che il bicchiere appena rotto era magari opera di un artigiano di Murano o che la tazzina andata in pezzi proveniva da Limoges: per un occhio superficiale e ideologizzato il motivo è la notoria ulcera ontologica della signora borghese – vanitosa, isterica e superficiale.

Ma la verità è che, pure spiegando alla servetta che Murano e Limoges non sono solo due lande manifatturiere, la sua faccia non avrebbe tradito emozione: dal momento in cui l’oggetto s’infrange la sua espressione rimane ottusamente atterrita, ma unicamente perché vede la sua datrice di lavoro – la sua ciambella di salvataggio nel mare della città ostile e tentacolare – andare in bestia, forse ha perfino un po’ di paura perché pensa che solo un pazzo se la prenderebbe tanto per un terraglia qualunque, ma non approda mai alla coscienza di aver spaccato il membro di un prezioso servizio che non sarà mai più da dodici.

Il ragazzo che a Brera ha amputato la statua del “Satiro ubriaco” è l’erede in linea diretta della servetta distratta: anche lui, benché smartphonizzato, proviene da un’ingrata plaga di rozzezza e ignoranza. A quanto pare era uno studente straniero, ma non fa differenza, il suo milieu antropologico è trasversale, come lo erano le masse di pulviscolo umano disavvezze a muoversi delicatamente data la resistenza dei loro covoni di fieno. Sicuramente il tempo trascorso fra l’idea di farsi una foto e montare sulla gamba della statua è stato brevissimo, il gesto automatico di ogni conformismo, che poi va mitigato facendo una qualche stronzata per distinguersi.

Ma questo è inevitabile se qualunque balordo ha a disposizione una macchina fotografica e tutti gli sfigati che si sentono artisti scoprono i filtri per fare montagne di autoscatti color carta da forno: ringraziamo la tecnologia per aver permesso a ogni inetto di potersi sentire un grande fotografo.

Quel povero ragazzo che a Brera ha mutilato una statua (per fortuna una copia ottocentesca dell’originale, perché se questa è l’utenza...) non ha coscienza dell’idiozia, dell’inappropriatezza, dell’animalità di quello che ha fatto perché nella migliore delle ipotesi vive in una casa arredata ai grandi magazzini del mobile low-cost, immerso in cose anonime e di nessun valore, perché scarica musica e film e non ha mai dovuto mettere lievemente una puntina su un vinile. Proprio come la servetta che, prima di arrivare in città, ricacciava le sue masserizie senza timore, o come la miriade di imberbi e pubescenti che negli anni hanno vandalizzato sistematicamente opere squisite dentro e fuori dai musei.

Possiamo dare la colpa ai genitori? Sì, sarebbe facile oltre che giusto. Forse allora dovremmo anche dare la colpa alla signora borghese, sebbene non abbia partorito lei la servetta. Oppure, con un pizzico di coraggio in più, dovremmo ammettere che questi luoghi non sono parchi a tema per gite domenicali di scolaresche belluine, che i quadri sono beni economici inestimabili, che alle mostre si paga il biglietto (a differenza dei ragazzi che hanno fatto irruzione al Palazzo Ducale di Genova per guardare gratuitamente la mostra di Munch, benché sia già previsto un giorno ben preciso in cui gli under 25 possono entrare gratis) e che la cultura in genere ha un costo.

Solo il libro – a condizione che l’autore sia abbastanza trapassato – potrebbe fare eccezione, perché pur piratandolo non crea un soldo di danno, anzi, spinge gli editori a puntare sui contemporanei anziché sui defunti, ma la servetta e i suoi nipoti leggono ancora muovendo le labbra, quindi sono tagliati fuori.

In realtà, bisogna prendersela con chi dice ancora che la cultura è per tutti: non è per tutti, è per chi se la merita, ed è curioso doverlo ribadire in un paese in cui dappertutto si farnetica di meritocrazia senza che nessuno l’abbia ancora mai vista.

19-03-2014 | 13:52