Katy Perry non vede la bellezza

Neanche abbiamo finito di raccattare i tifosi del Feyenoord che, dopo aver attentato la Barcaccia in piazza di Spagna, in zona Vaticano se la prendono col manto stradale staccando due insegne e rovesciando cassonetti – ma come si disinnescano? hanno pile, vanno a motore o cosa? – che è subito in atto la variante al femminile.

Katy Perry, nota cantante pop statunitense, in Italia per un concerto al Forum di Assago, pubblica per i suoi fans di Instagram foto sfottò davanti ai principali siti d’arte di Firenze: smorfie di disgusto davanti alle Venere di Botticelli, sesso orale con la Torre di Pisa e dileggio della nudità del David di Michelangelo, il quale tanta pace non deve averne ultimamente, già attribuito erroneamente a Donatello sul portale dedicato all’Expo 2015. Da qui una sobria risposta alla gentile signora.

Cara Katy, Katheryn, Caterina Elisabetta, insomma tu, Katy Perry, che ti chiami come una merendina, la tua storia personale si riassume geneticamente nel successo planetario che raggiunge ogni personaggio lanciato da un popolo di cui fai parte e che, di storia, poi, ne ha davvero poca. E da cui, politicamente e strategicamente, in qualche modo dipendiamo vassalli. La responsabilità individuale, unita ad un sostrato culturale privo in gran parte di abitudine alla bellezza, fa sì che davanti alla bellezza essa stessa non venga da te riconosciuta, ma semplicemente “nailed, nailed it”: “vista”.

Non hai semplicemente manifestato incuranza o indifferenza, hai pure dileggiato, oltraggiato e offeso. E come potremmo sopportare, tollerare e permettere noi che una coi capelli blu, e che fa un album che si chiama “Roar”, senza responsabilità comunicativa di fronte a milioni di fans, manchi non di cultura personale – né di senso del rispetto verso quella altrui – manchi soprattutto di sensibilità?

Perché l’immagine, cara Caterina Elisabetta, è la forma del sensibile. Intendo l’immagine della “Venere”, non la tua che ha più followers di Botticelli,  si è venduta l’anima a Satana, ha gli abiti di cellophane e il seno fuori come un balcone ottomano.  La sensibilità  è quel luogo mediano che esiste fuori dal soggetto psichico e fisico e al di fuori dell’oggetto, al di là dello spazio e della materia, insomma, la sensibilità è il luogo della ricezione. Ed è la sensibilità ad essere connettiva, a connettere in qualche modo il soggetto e l’oggetto, in base al grado di ricezione, appunto. E che la sensibilità possa acuirsi in base ad una componente culturale è anche giusto. Che la tua poi sia assimilabile a quella di un cristallo di Boemia dentro una betoniera è fuori discussione. Ma la sensibilità è innanzitutto donna, e non ha nulla a che fare con l’emotività, che è fatto episodico e passeggero, è  un luogo permanente e dinamico che permette all’immagine di sopravvivere alla storia dei singoli e perpetrarsi nella Storia. E la donna, che per eccellenza è il luogo e il corpo incarnato del sensibile, ha un forte ruolo connettivo capace di trasmettere la bellezza e di comunicarla.

Abbiamo poco da difenderci contro i barbari dell’Isis che minacciano la nostra cultura col proposito di piantare una bandiera dello stato islamico sul Colosseo. I barbari sono un richiamo inconscio ad intervenire nel disordine, nel corpo disfatto e lacerato di un popolo, il nostro, che è più propenso ad essere intaccato da un virus esterno, i barbari, appunto. Così muoiono gli imperi. E i barbari siamo diventati noi che balbettiamo una lingua, una storia, una cultura che non più riconosciamo, amiamo, rispettiamo. Un popolo tollerante della sua stessa ignoranza e che passivamente accetta che la storia dell’arte venga eliminata dalle scuole – o che gli storici emigrino altrove – è un popolo che tollera la propria rovina e allo stesso modo permette agli altri di dileggiare la sua bellezza.

Non è che siamo abituati alla bellezza, perché anche noi “nailed it”, la vediamo, è che non siamo più sensibili alla bellezza, sensibilità come fattore mediano, connettivo e cosmologico. Perché l’errore più grande è stato commesso al Forum di Assago, dai media televisivi, dai social e dalle agenzie di stampa.

Ti saresti meritata lo stesso trattamento, niente immagine, niente di niente, nessuna notizia del tuo concerto, nulla. Iconoclasmo puro della tua immagine ovunque. Ovunque, unanime l’italico ed unico accenno alla tua presenza.

 

 

24-02-2015 | 18:49