George Orwell e il viaggio in Marocco

Nella primavera del 1938 la tosse che perseguitava George Orwell peggiorò tanto da rendere necessario un ricovero in sanatorio. Qui i medici scoprirono che i polmoni dello scrittore erano in pessime condizioni a causa della tubercolosi e, al momento delle dimissioni, consigliarono un viaggio verso un clima più clemente di quello inglese.

Suggerirono il Marocco, così caldo e asciutto da risultare ideale per i problemi polmonari. A settembre, nonostante le difficoltà economiche, George e la moglie Eileen salparono alla volta del Nord Africa, finanziati da un anonimo benefattore. Prima di affrontare la lunga traversata Orwell assunse un efficace rimedio contro il mal di mare di cui soffriva e, secondo il racconto della moglie, passò tutto il tempo a girare per la nave, ridacchiando alle spalle dei passeggeri tormentati dalla nausea.

Giunti a Marrakech la coppia prese alloggio all'hotel Continental. Questo albergo, caldamente raccomandato da un amico, parve a Eileen un posto decisamente squallido “forse un tempo era un buon albergo, ma ultimamente ha cambiato gestione ed è evidentemente diventato un bordello” scrisse alla suocera. I due decisero perciò di spostarsi all'hotel Majestic, più modesto ma rispettabile. L'incontro con una realtà geografica e culturale così diversa da quella britannica si rivelò traumatico.

Nelle loro prime lettere dalla città gli Orwell si definirono sconvolti e pieni di orrore: benché fosse circondata da frutteti e godesse di una vista spettacolare sulla catena montuosa dell'Atlante, Marrakech era in rovina. Possedeva aspetti pittoreschi e costruzioni imponenti, come il Palazzo del Sultano e la Moschea Katubiya, ma era un ricettacolo di malattie di ogni genere, il caldo e il rumore erano insopportabili, gli odori nauseabondi. In queste condizioni la salute dello scrittore peggiorò: continuava a perdere peso e la tosse si faceva ogni giorno più insistente.

Giunse alla conclusione che i medici avevano consigliato il Marocco semplicemente perché si trattava di una località molto in voga “l'ultimo grido della medicina alla moda”. Decise allora di affittare una villa in mezzo a un frutteto ai piedi dell'Atlante, nella speranza di respirare un'aria più salubre. Nella nuova casa, di proprietà di un macellaio del luogo, i coniugi presero a servizio un domestico arabo che si occupava della spesa e delle pulizie, mentre George e Eileen mungevano le capre e, forse per vincere la nostalgia, rileggevano gli autori vittoriani. Grazie al clima più fresco e al luogo che gli ricordava il suo cottage inglese, lo scrittore cominciò a riprendersi.

Ora che le preoccupazioni per la salute si erano placate, e si sentiva più in forza, riprese a scrivere e a riflettere con maggiore lucidità. A un primo sguardo il Marocco era apparso a Orwell una terra desolata e, al suo arrivo, era rimasto particolarmente scosso dal crudele trattamento riservato ai muli, caricati di pesi fino all'inverosimile e costretti a percorrere chilometri sotto il sole cocente. Ma presto la sua attenzione si spostò sulla popolazione, le cui condizioni non erano migliori. Donne anziane si trascinavano sotto pesantissimi carichi di legna, bambini coperti di scabbia si aggiravano per le strade tormentati dalle mosche “quando vedi come queste persone vivono e, ancora di più, con quale facilità muoiono, è difficile credere di trovarsi tra esseri umani”. Inoltre la povertà endemica costringeva a mendicare cibo ovunque.

Nel suo saggio Marrakech, metodico attacco al colonialismo europeo, lo scrittore raccontò che mentre dava da mangiare a un'antilope in un giardino pubblico, si accorse di un operaio che osservava la scena da lontano “venne verso di noi. Guardò dalla gazzella al pane e dal pane alla gazzella, con una sorta di assorto stupore, come se non avesse mai visto nulla di simile. Alla fine disse timidamente “Un po' di quel pane potrei mangiarlo io”. Ne staccai un pezzo ed egli lo ripose con gratitudine sotto gli stracci che indossava”.

Ma altre immagini, come pugni nello stomaco, catturano la condizione disperata di un popolo e di una terra ferocemente sfruttati: un uomo morto viene portato via a spalle, le mosche, a sciami, lasciano i tavoli dei ristoranti dove i turisti pranzano per assalire il cadavere di passaggio. “Quando arrivano sul terreno di sepoltura gli amici scavano un buco lungo e profondo uno o due piedi, gettano dentro il corpo e ci buttano sopra un po' di terra arida […] nessuna lapide, nessun nome”.Eloquente ritratto di un'umanità derelitta, la cui vita non ha alcun valore. Orwell, appassionato socialista, provava grande empatia per questo popolo sofferente e sfruttato. La sua amarezza si stemperava solo alla vista delle giovani donne marocchine, la cui grazia candida e sensuale lo intrigava profondamente “sono eccezionalmente belle, hanno capelli corvini e occhi straordinari. Sono creature affascinanti”.

Nel mese di marzo il caldo riprese a farsi sentire, ma più ancora si faceva sentire la nostalgia di casa:“desidero tanto rivedere l'Inghilterra […] mi chiedo se il mio giardino sia fiorito”scriveva agli amici. La sua salute non sembrava aver tratto grande vantaggio dal clima del nord Africa e così Orwell si rimise in viaggio, a bordo di una nave giapponese diretta a Londra. Lasciava un paese che non era riuscito ad amare, senza rimpianti, ma con la certezza che l'imperialismo europeo aveva i giorni contati.

 

 

29-09-2014 | 23:21